Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d'i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse, 3
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch'io mi mova
e ch'io mi volga, e come che io guati. 6
Al ritorno dei sensi — che si erano oscurati davanti alla pietà per i due cognati (Paolo e Francesca) che mi aveva completamente sopraffatto — vedo intorno a me nuovi tormenti e nuovi dannati, ovunque mi muova, mi volga o guardi.
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l'è nova. 9
La gran ruina de le pietre greve
fanno col lor cader tal romore
ch'i' non posso dir qual fosse il greve. 12
Mi trovo nel Terzo Cerchio, sottoposto a una pioggia eterna, maledetta, fredda e pesante; il suo ritmo e la sua natura non cambiano mai. La grande rovina di pietre pesanti fa con il loro cadere un rumore tale che non riesco a descrivere quanto fosse opprimente.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa. 15
Cerbero
Cerbero è il mostro tricefalo della mitologia classica, guardiano degli Inferi. Dante lo riprende da Virgilio (Eneide) e lo adatta al Terzo Cerchio.
La sua triplice gola che latra è simbolo della voracità incontrollata — la stessa colpa dei dannati che sorveglia. Egli dunque incarna e rispecchia il peccato dei golosi.
Virgilio lo neutralizza gettandogli della terra in bocca: un gesto che richiama l'episodio della Sibilla nell'Eneide, dove si offrono focacce al mostro per calmarlo.
Cerbero, belva crudele e mostruosa, abbaia con le sue tre gole come un cane sopra la gente che è immersa in quel fango.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti, iscoia ed isquatra. 18
Ha gli occhi rossi, la barba untuosa e nera, il ventre grande e le mani artigliate; graffia le anime, le scortica e le fa a pezzi.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani. 21
La pioggia li fa urlare come cani; si riparano l'uno con il fianco dell'altro; questi miseri peccatori si rivoltano spesso nel fango.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo. 24
Quando Cerbero, il grande verme, ci vide, aprì le bocche e ci mostrò i denti; non aveva un solo membro che stesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne. 27
E la mia guida allargò le mani, prese della terra e a piene manciate la gettò dentro le avide gole del mostro.
Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna, 30
tal si fé' quelle facce lorde
del demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde. 33
Come il cane che abbaia affamato e poi si quieta non appena addenta il cibo, teso com'è solo a divorarlo, così si fecero quelle facce sporche del demonio Cerbero, che assorda le anime al punto che vorrebbero essere sorde.
Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona. 36
Camminavamo sulle ombre che la pesante pioggia abbatte, e ponevamo i piedi su quelle forme vane che sembrano persone reali.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d'una ch'a seder si drizzò, ratto
ch'ella ci vide passarle davante. 39
Ciacco
Ciacco è il primo fiorentino che Dante incontra nell'Inferno. Il nome, che in italiano antico significava "maiale", era probabilmente un soprannome per la sua ghiottoneria.
La sua identità storica è incerta: potrebbe essere un personaggio reale della Firenze dantesca, oppure un tipo letterario. Boccaccio lo cita nel Decameron come un noto mangiatore.
Nonostante la sua colpa volgare, Ciacco dimostra intelligenza politica e conoscenza della realtà fiorentina, fungendo da voce profetica sulle vicende della città.
Erano tutte distese per terra, eccetto una che si drizzò a sedere rapidamente non appena ci vide passarle davanti.
«O tu che se' per questo 'nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch'io disfatto». 42
Mi disse: «O tu che sei condotto per questo Inferno, riconoscimi se puoi: tu eri già nato prima che io morissi».
E io a lui: «L'angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch'i' ti vedessi mai. 45
Ma dimmi chi tu se', che 'n sì dolente
loco se' messo, e hai sì fatta pena,
che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente». 48
E io a lui: «La sofferenza che provi forse ti ha alterato tanto da farmi dimenticare chi sei, così che non mi sembra di averti mai visto. Ma dimmi chi sei, che sei posto in un luogo così doloroso e sconti una pena tale che, se esistono pene peggiori, nessuna è così ripugnante».
Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena
d'invidia sì che già trabocca il sacco,
sì mi tenne in vita dolce serena. 51
La vostra città mi chiamò Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. 54
Ed egli a me: «La tua città, che è così piena di invidia che il sacco già trabocca, mi tenne in vita nella dolce serenità. La vostra città mi chiamò Ciacco: per il peccato rovinoso della gola, come vedi, mi prostro sotto la pioggia».
E anima trista non son io sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola. 57
«E non sono l'unica anima in pena, perché tutte queste soffrono una pena simile per una colpa simile». E non aggiunse altro.
Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno 60
li cittadin de la città partita;
s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
per che l'ha tanta discordia assalita». 63
Gli risposi: «Ciacco, la tua sofferenza mi pesa così tanto da invitarmi alle lacrime; ma dimmi, se sai, cosa accadrà ai cittadini della città divisa; se vi è qualcuno giusto; e dimmi la ragione per cui tanta discordia l'ha assalita».
Ed elli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l'altra con molta tensione. 66
La Profezia su Firenze
Ciacco profetizza le lotte politiche di Firenze tra Guelfi Bianchi (la parte "selvaggia", cioè i Cerchi) e Guelfi Neri (sostenuti da papa Bonifacio VIII).
La profezia si avverò: nel 1301 Carlo di Valois entrò a Firenze, i Neri presero il potere e i Bianchi — tra cui Dante — furono esiliati.
Il passo ha dunque un forte significato autobiografico: Dante usa la voce di un dannato per denunciare l'ingiustizia politica che lo colpì direttamente.
Ed egli a me: «Dopo una lunga contesa giungeranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l'altra con grande violenza».
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia. 69
Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l'altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n'aonti. 72
Poi entro tre anni sarà necessario che questa cada e che l'altra prevalga grazie alla forza di chi al momento finge di stare neutrale. Per lungo tempo terrà alta la testa, tenendo l'altra parte sotto pesanti oppressioni, per quanto quella pianga o ne senta vergogna.
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c'hanno i cuori accesi». 75
La corruzione
Quando Ciacco dice che “giusti son due”, il significato è profondamente pessimista: nella Firenze del tempo quasi nessuno è rimasto onesto e virtuoso. Anche quei pochi uomini giusti non vengono ascoltati, “non vi sono intesi”, cioè la loro voce cade nel vuoto perché la società preferisce seguire passioni egoistiche e violente. Dante mostra così una comunità incapace di riconoscere il bene, dove la moralità è soffocata dal caos politico e dagli interessi personali. Le “tre faville” sono superbia, invidia e avarizia. Dante le definisce faville perché sono scintille che incendiano i cuori degli uomini e generano conflitti continui. La superbia è l’orgoglio che porta ciascuno a sentirsi superiore agli altri; l’invidia è il rancore verso chi possiede successo, ricchezza o prestigio; l’avarizia è il desiderio insaziabile di denaro e potere. Questi tre peccati, secondo Dante, sono all’origine della decadenza civile di Firenze e delle lotte tra fazioni politiche.
Due sono i giusti, ma non vengono ascoltati; superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno infiammato i cuori dei fiorentini.
Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni
e che di più parlar mi facci dono. 78
Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni, 81
dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se 'l ciel li addolcia o lo 'nferno li attosca». 84
Qui pose fine al suo lamentoso discorso. E io a lui: «Voglio ancora che tu mi istruisca e mi faccia il dono di parlare ancora. Farinata e Tegghiaio, che furono così degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che indirizzarono l'ingegno al bene, dimmi dove sono e fa' che io li conosca; poiché un grande desiderio mi preme di sapere se il cielo li addolcisce o l'Inferno li avvelena».
Ed elli: «Ei son tra l'anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere. 87
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo». 90
Ed egli: «Sono tra le anime più dannate; colpe diverse li spingono in fondo: se scendi abbastanza, là potrai vederli. Ma quando sarai tornato nel mondo dei vivi, ti prego di ricordarmi alle menti degli altri: non ti dico altro e non ti rispondo più».
Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa tra' l'altri ciechi. 93
Allora stravolse gli occhi dritti in bieco; mi guardò un momento e poi chinò la testa: ricadde con essa tra gli altri ciechi nel fango.
E 'l duca disse a me: «Più non si desta
di qua dal suon de l'angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta: 96
ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch'in etterno rimbomba». 99
E la mia guida mi disse: «Non si risveglierà più di qui fino al suono della tromba angelica, quando arriverà il giudice avverso ai peccatori: ciascuno rivedrà la sua triste tomba, riprenderà la propria carne e la propria forma, e udirà ciò che risuona in eterno».
Sì passavam per sozza mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura; 102
ché dissi: «Maestro, esti tormenti
cresceranno ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?». 105
Così procedevamo lentamente attraverso la sozza melma delle ombre e della pioggia, sfiorando un poco il tema della vita futura; poiché dissi: «Maestro, questi tormenti cresceranno dopo il Giudizio Universale, o saranno minori, oppure rimarranno così brucianti?».
Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza. 108
Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta». 111
Ed egli a me: «Torna alla tua filosofia, che insegna come quanto più una cosa è perfetta, tanto più percepisca il bene e anche il dolore. Benché questa gente maledetta non raggiunga mai la vera perfezione, si aspetta di stare peggio dopo il Giudizio che prima».
Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch'i' non ridico,
venimmo al punto dove si digrada: 114
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
Percorremmo in cerchio quel sentiero, parlando molto di più di quanto non riporti qui, e arrivammo al punto in cui il terreno scende verso il basso: lì trovammo Pluto, il grande nemico.