TESTO E PARAFRASI
← Torna al Canto XXXIIIParafrasi
Quel peccatore alzò la bocca dal suo pasto feroce e se la pulì con i capelli del cranio che aveva già rosicchiato nella parte posteriore.
Poi cominciò a parlare: «Vuoi che io ritorni su quel dolore disperato che mi pesa sul cuore già solo a pensarci, ancor prima di mettermi a raccontare.
Ma se quello che dico può diventare qualcosa che porti vergogna al traditore che sto mordendo, allora parlerò — e piangerò mentre parlo.»
«Tu non sai chi sono: io sono il conte Ugolino, e questo accanto a me è l'arcivescovo Ruggieri. Ti spiegherò perché siamo così vicini qui.»
Non è necessario che ti racconti come, a causa dei suoi piani malvagi, mi sono fidato di lui, sono stato catturato e poi fatto morire;
quello che però non hai potuto sapere — cioè quanto fu crudele il modo in cui morì — quello lo sentirai, e poi giudicherai tu stesso se mi ha fatto del male.
Una piccola fessura nella torre della Muda — quella che per causa mia si chiama ormai Torre della Fame, e che è destinata a rinchiudere altri dopo di me —
mi aveva già mostrato molte lune attraverso il suo spiraglio, quando feci quel sogno terribile che mi rivelò quello che stava per succedere.
Mi svegliai prima dell'alba e sentii i miei figli piangere nel sonno — erano lì con me — e chiedere del pane.
Io non riuscivo a piangere — mi ero bloccato dentro, come di pietra. Piangevano loro; e il mio Anselmuccio mi disse: «Padre, ci guardi così fisso — che cosa ti succede?»
Non risposi e non piansi per tutto quel giorno, né nella notte che seguì, fino a quando non arrivò il sole del giorno dopo.
Quando un filo di luce entrò in quella prigione buia, e vidi riflesso nei quattro visi dei miei figli il mio stesso aspetto disfatto —
mi morsi entrambe le mani per il dolore; ma loro, credendo che lo facessi per voglia di mangiare, si alzarono di scatto
e dissero: «Padre, soffriremo meno se mangi di noi: tu ci hai dato queste carni, sei tu che puoi toglierle.»
Mi calmai per non rattristarli ancora di più; quel giorno e quello dopo restammo tutti e cinque in silenzio. Povera terra dura — perché non si aprì per inghiottirci?
Quando arrivammo al quarto giorno, Gaddo mi cadde disteso ai piedi e disse: «Padre, perché non mi aiuti?» Lì, a quell'istante, morì.
Morì lì; e come mi vedi ora, vidi cadere gli altri tre uno dopo l'altro tra il quinto e il sesto giorno; e allora io mi misi,
ormai cieco, a muovermi a tentoni su di loro, e per due giorni li chiamai anche se erano già morti. Poi la fame vinse anche sul dolore.
Ahimè Pisa, vergogna di tutti gli uomini della bella terra dove si dice "sì" — visto che le città vicine sono lente a punirti,
si muovano la Capraia e la Gorgona e blocchino l'Arno alla foce, così che le acque anneghino ogni persona che vive in te!