«Vexilla regis prodeunt inferni 
verso di noi; però dinanzi mira», 
disse ’l maestro mio «se tu ’l discerni».			3
                            

L'Inno Maledetto

Dante apre il canto con una parodia di un celebre inno sacro latino:
«Vexilla regis prodeunt inferni».

L’inno originale era dedicato a Cristo e alla croce, ma qui viene trasformato per annunciare l’arrivo di Lucifero.

Attraverso questo rovesciamento del sacro, Dante crea subito un’atmosfera oscura e solenne, mostrando Lucifero come l’opposto della figura divina.

Illustrazione di Lucifero immerso nel lago ghiacciato del Cocito nel Canto XXXIV dell’Inferno di Dante

Il mio maestro disse: «I vessilli del re dell'Inferno (Lucifero) si avvicinano a noi; quindi guarda davanti a te, se riesci a vederlo».

Come quando una grossa nebbia spira, 
o quando l’emisperio nostro annotta, 
par di lungi un molin che ’l vento gira,			6

veder mi parve un tal dificio allotta; 
poi per lo vento mi ristrinsi retro 
al duca mio; ché non lì era altra grotta.			9
                            

Come quando c'è una nebbia fitta o quando nel nostro emisfero cala la notte, e appare in lontananza un mulino che è mosso dal vento, così allora mi parve di vedere una simile costruzione; quindi per il vento mi riparai dietro la mia guida, visto che non c'era nessun altro rifugio.

Già era, e con paura il metto in metro, 
là dove l’ombre tutte eran coperte, 
e trasparien come festuca in vetro.				12
                            

Ormai mi trovavo, e lo scrivo con paura nei miei versi, nella zona (Giudecca) dove le anime erano del tutto sepolte nel ghiaccio, e trasparivano come pagliuzze nel vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte, 
quella col capo e quella con le piante; 
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.			15
                            

Alcune sono sdraiate, altre sono dritte, a volte con la testa alta e a volte con i piedi; altre ancora portano il volto ai piedi, piegandosi come un arco.

Quando noi fummo fatti tanto avante, 
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi 
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,				18

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, 
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco 
ove convien che di fortezza t’armi».				21
                            

Quando fummo avanzati fino al punto in cui al mio maestro parve opportuno mostrarmi la creatura che fu così bella, si tolse di fronte a me e mi fece fermare, dicendo: «Ecco Dite ed ecco il luogo dove è necessario che tu ti armi di coraggio».

Com’io divenni allor gelato e fioco, 
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, 
però ch’ogne parlar sarebbe poco.				24
                            

Non domandare, lettore, come io in quel momento raggelai e ammutolii: non lo scrivo, poiché ogni parola sarebbe inadeguata.

Io non mori’ e non rimasi vivo: 
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, 
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.				27
                            

Reazione al Male

Davanti alla visione di Lucifero, Dante perde ogni certezza e descrive uno stato sospeso tra vita e morte: «Io non mori’ e non rimasi vivo».

L’incontro con il male assoluto provoca infatti smarrimento, paura e perdita dell’identità. Le parole del poeta non sembrano più sufficienti a raccontare ciò che ha visto, sottolineando il limite umano davanti all’orrore dell’Inferno.

Dante e Virgilio davanti a Lucifero nella Giudecca, al centro del Cocito ghiacciato

Io non morii e non rimasi in vita: pensa oramai da te, se hai un po' d'ingegno, come divenni in quello stato sospeso tra la vita e la morte.

Lo ’mperador del doloroso regno 
da mezzo ’l petto uscìa fuor de la ghiaccia; 
e più con un gigante io mi convegno,            		30

che i giganti non fan con le sue braccia: 
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto 
ch’a così fatta parte si confaccia.				33
                            

L'imperatore del regno del dolore usciva fuori dal ghiaccio fino alla cintola; e c'è maggior proporzione fra me e un gigante che non fra i giganti e le sue braccia: vedi ormai, rispetto a quella parte del corpo, quali devono essere le dimensioni totali di quell'essere.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto, 
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, 
ben dee da lui proceder ogne lutto.				36
                            

Se egli fu tanto bello quanto ora è brutto, e nonostante questo osò ribellarsi al suo Creatore, è giusto che da lui derivi ogni male.

Oh quanto parve a me gran maraviglia 
quand’io vidi tre facce a la sua testa! 
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;				39
                            

Oh, quanto mi meravigliai quando vidi che la sua testa aveva tre facce! Una era al centro ed era rossa;

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa 
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, 
e sé giugnieno al loco de la cresta:				42
                            

le altre erano due e si congiungevano alla prima a metà di ogni spalla, e si univano nella parte posteriore del capo:

e la destra parea tra bianca e gialla; 
la sinistra a vedere era tal, quali 
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.				45
                            

la destra mi sembrava tra bianca e gialla; la sinistra era del colore di quelli che vengono dal paese (Etiopia) dove il Nilo entra in una valle.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali, 
quanto si convenia a tanto uccello: 
vele di mar non vid’io mai cotali.				48
                            

Sotto ogni faccia uscivano due grandi ali, proporzionate a un essere tanto grande: non ho mai visto vele di navi così estese.

Non avean penne, ma di vispistrello 
era lor modo; e quelle svolazzava, 
sì che tre venti si movean da ello:				51
                            

Non erano piumate, ma sembravano quelle di un pipistrello; e Lucifero le sbatteva, producendo da sé tre venti:

quindi Cocito tutto s’aggelava. 
Con sei occhi piangea, e per tre menti 
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.				54
                            

Trinità Maledetta

La descrizione di Lucifero è costruita attraverso diverse figure retoriche che rendono la scena più inquietante e mostruosa.

La triplicità delle facce e delle bocche è una parodia della Trinità, perché rovescia in chiave infernale il simbolo sacro cristiano.

L’enumerazione (“sei occhi”, “tre menti”, “tre bocche”) crea un accumulo di dettagli che aumenta il senso di caos e deformità.

L’iperbole, cioè l’esagerazione delle caratteristiche fisiche di Lucifero, amplifica la paura e mostra il demonio come incarnazione assoluta del male.

Lucifero gigantesco emerge dal ghiaccio del Cocito mentre Dante e Virgilio attraversano il lago infernale

a causa di essi, tutto il lago di Cocito si ghiacciava. Piangeva con sei occhi e le lacrime gocciolavano sui tre menti, mischiato a una bava sanguinolenta.

Da ogne bocca dirompea co’ denti 
un peccatore, a guisa di maciulla, 
sì che tre ne facea così dolenti.				57
                            

In ognuna delle tre bocche dilaniava coi denti un peccatore, come fosse una gramola, così che ne tormentava tre al tempo stesso.

A quel dinanzi il mordere era nulla 
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena 
rimanea de la pelle tutta brulla.				60
                            

Per il peccatore al centro l'essere morso non era niente rispetto all'essere graffiato, al punto che talvolta la schiena gli restava tutta scorticata.

«Quell’anima là sù c’ha maggior pena», 
disse ’l maestro, «è Giuda Scariotto, 
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.			63
                            

Il maestro disse: «Quel dannato lassù che soffre una pena più grave è Giuda Iscariota, che tiene la testa dentro le fauci di Lucifero e fa pendere fuori le gambe».

De li altri due c’hanno il capo di sotto, 
quel che pende dal nero ceffo è Bruto: 
vedi come si storce, e non fa motto!;				66
                            

Degli altri due che hanno la testa rivolta in basso, quello che pende dalla faccia nera è Bruto: guarda come si contorce senza parlare!

e l’altro è Cassio che par sì membruto. 
Ma la notte risurge, e oramai 
è da partir, ché tutto avem veduto».				69
                            

L'altro è Cassio, che sembra così robusto. Ma è quasi notte e ormai dobbiamo andare, poiché abbiamo visto ogni cosa».

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai; 
ed el prese di tempo e loco poste, 
e quando l’ali fuoro aperte assai,				72

appigliò sé a le vellute coste; 
di vello in vello giù discese poscia 
tra ’l folto pelo e le gelate croste.				75
                            

Come Virgilio volle, abbracciai il suo collo; ed egli attese il momento e il luogo opportuno, e quando le ali del mostro furono abbastanza aperte si aggrappò ai suoi fianchi pelosi; poi scese in basso tenendosi alle sue ciocche, passando tra il suo pelo folto e la crosta gelata di Cocito.

Quando noi fummo là dove la coscia 
si volge, a punto in sul grosso de l’anche, 
lo duca, con fatica e con angoscia,				78

volse la testa ov’elli avea le zanche, 
e aggrappossi al pel com’om che sale, 
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.			81
                            

Quando fummo arrivati nel punto in cui la coscia si articola nel bacino, Virgilio, con fatica e affanno, volse la testa dove Lucifero aveva le gambe, e si aggrappò al suo pelo come uno che sale, così che io credevo tornassimo nuovamente all'Inferno.

«Attienti ben, ché per cotali scale», 
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso, 
«conviensi dipartir da tanto male».				84
                            

Il maestro, ansimando come un uomo affaticato, disse: «Tieniti forte, poiché dobbiamo allontanarci da tanto male (l'Inferno) salendo su queste scale».

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso, 
e puose me in su l’orlo a sedere; 
appresso porse a me l’accorto passo.				87
                            

Poi uscì fuori attraverso una spaccatura nella roccia, e mi fece sedere sull'orlo dell'apertura; quindi diresse con attenzione il passo verso di me.

Io levai li occhi e credetti vedere 
Lucifero com’io l’avea lasciato, 
e vidili le gambe in sù tenere;					90
                            

Io alzai lo sguardo e credetti di vedere Lucifero come l'avevo lasciato, invece vidi che teneva le gambe in alto.

e s’io divenni allora travagliato, 
la gente grossa il pensi, che non vede 
qual è quel punto ch’io avea passato.           		93
                            

E se io allora rimasi perplesso, lo pensi la gente ignorante, che non ha capito qual è il punto (il centro della Terra) che io avevo oltrepassato.

«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: 
la via è lunga e ’l cammino è malvagio, 
e già il sole a mezza terza riede».				96
                            

Il maestro disse: «Alzati in piedi: la via è lunga e il cammino è malagevole, e il sole è già a metà della terza ora (sono le sette e mezza del mattino)».

Non era camminata di palagio 
là ’v’eravam, ma natural burella 
ch’avea mal suolo e di lume disagio.            		99
                            

Il punto in cui eravamo non era un percorso agevole come in un palazzo, ma una cavità sotterranea che aveva il suolo impervio e ben poca luce.

«Prima ch’io de l’abisso mi divella, 
maestro mio», diss’io quando fui dritto, 
«a trarmi d’erro un poco mi favella:				102
                            

Quando mi fui alzato dissi: «Maestro mio, prima che io lasci l'abisso infernale, parlami un poco per risolvermi un dubbio».

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto 
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora, 
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».          		105
                            

«Dov'è il ghiaccio? E Lucifero come può essere confitto così sottosopra? E come è possibile che il sole abbia percorso così in fretta il tragitto dalla sera alla mattina?»

Ed elli a me: «Tu imagini ancora 
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi 
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.				108
                            

E lui a me: «Tu pensi ancora di essere al di là del centro della Terra, dove io mi sono aggrappato al pelo dell'orrendo animale che guasta il mondo».

Di là fosti cotanto quant’io scesi; 
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto 
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.				111
                            

«Tu sei stato di là finché io sono disceso; quando mi sono girato, tu hai oltrepassato il punto verso il quale tendono tutti i pesi del mondo».

E se’ or sotto l’emisperio giunto 
ch’è contraposto a quel che la gran secca 
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto			114
                            

«Ora sei giunto sotto l'emisfero australe, opposto a quello che contiene le terre emerse».

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca: 
tu hai i piedi in su picciola spera 
che l’altra faccia fa de la Giudecca.				117
                            

«Sotto il punto più alto di quell'emisfero fu ucciso Gesù, che nacque e visse senza peccato: ora hai i piedi su una piccola sfera opposta alla Giudecca».

Qui è da man, quando di là è sera; 
e questi, che ne fé scala col pelo, 
fitto è ancora sì come prim’era.				120
                            

Qui è mattino, quando nell'altro emisfero è sera; e Lucifero, che col suo pelo ci ha fatto da scala, è confitto esattamente come lo era prima.

Da questa parte cadde giù dal cielo; 
e la terra, che pria di qua si sporse, 
per paura di lui fé del mar velo,				123

e venne a l’emisperio nostro; e forse 
per fuggir lui lasciò qui loco vòto 
quella ch’appar di qua, e sù ricorse».				126
                            

Cadde giù dal cielo da questa parte e la terra, che prima emergeva dalle acque nell'emisfero australe, per paura di lui si nascose sotto il mare e venne nel nostro emisfero; e forse, per rifuggire da lui, quella che appare di qua lasciò questo spazio vuoto e riemerse nell'emisfero australe formando il Purgatorio.

Luogo è là giù da Belzebù remoto 
tanto quanto la tomba si distende, 
che non per vista, ma per suono è noto				129

d’un ruscelletto che quivi discende 
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, 
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.			132
                            

Laggiù c'è un luogo tanto lontano da Belzebù quanto si estende la cavità sotterranea, che non si può vedere ma da cui si sente il suono di un piccolo corso d'acqua che scende attraverso una spaccatura nella roccia scavata dal suo stesso percorso.

Lo duca e io per quel cammino ascoso 
intrammo a ritornar nel chiaro mondo; 
e sanza cura aver d’alcun riposo,				135

salimmo sù, el primo e io secondo, 
tanto ch’i’ vidi de le cose belle 
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. 

E quindi uscimmo a riveder le stelle.				139
                            

La Risalita

Il verso finale «E quindi uscimmo a riveder le stelle» ha un forte valore simbolico. La parola “stelle”, che conclude ogni cantica della Divina Commedia, rappresenta la speranza, la salvezza e il ritorno alla luce dopo il viaggio nell’Inferno.

Il cambiamento della gravità, quando Dante e Virgilio superano il centro della Terra, segna invece un ribaltamento simbolico: dal male e dalla dannazione si torna lentamente verso la redenzione.

Dante suggerisce così che, anche dopo aver toccato il punto più oscuro dell’esistenza, è sempre possibile risalire verso la luce.

Dante e Virgilio osservano il cielo stellato dopo l’uscita dall’Inferno nella Divina Commedia

Io e Virgilio entrammo in quel passaggio nascosto per tornare nel mondo illuminato; e senza fermarci a riposare salimmo verso l'alto, lui davanti e io dietro, finché vidi le stelle attraverso una piccola apertura rotonda. E da lì uscimmo finalmente a rivedere le stelle.